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  «LE RIFORME? SONO INUTILI. NON DIRO' SI»

Riscossa Repubblicana

Giorgio La Malfa al Corriere della Sera
Venerdì 16 giugno 2006


La direzione del Pri ha scelto: al referendum del 25 giugno si vota sì. Ma Giorgio La Malfa non rinuncia ad esprimere la sua idea: «Io sono per il no». E per difenderla, è pronto a lasciare la carica di presidente del partito: «Ho già dato le mie dimissioni, saranno esaminate al prossimo Cn».

Perché questa scelta?
«Perché non ho mai creduto che i problemi dell'Italia fossero di natura costituzionale: sono politici. La Carta del '48 ha un eccellente impianto, ha dato straordinari risultati, ha permesso stagioni politiche felici come il centrismo, ha reso possibili innesti di nuove riforme».....

Dunque non andrebbe toccata?
«Non andrebbe stravolta, non si può operare così profondamente senza sapere quali saranno le conseguenze sul sistema».

Ma non crede che i problemi, anche economici, potrebbero essere affrontati meglio con strumenti istituzionali nuovi?
«Guardi, se è vero quello che ha detto il Governatore di Bankitalia Draghi e ha ripetuto il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa, e cioè che la nostra economia è ai livelli del '92-'93, questo è il miglior epitaffio dei tentativi di cambiare il Paese attraverso le leve costituzionali o elettorali: si è passati dalla prima alla cosiddetta seconda Repubblica, e il declino è accelerato».

Anche se vince il no però il cammino delle riforme potrebbe essere ripreso, in Parlamento.
«Credo piuttosto che con il no si sospenda il problema. Se vincesse il sì, invece, il centrosinistra sicuramente vorrebbe rimettere mano alla riforma».

Non c'è niente che le piace nella riforma varata dal centrodestra, che lei nella scorsa legislatura non votò?
«Se la riforma fosse stata votata per parti separate non avrei avuto problemi a dire sì alla devolution: è decisamente migliore della riforma del Titolo V votata dal centrosinistra, che tanti conflitti Stato-Regioni ha causato al Paese. Invece, non trovo accettabili i comparti su bicameralismo e premierato: sono materie trattate confusamente, sulle quali bisognerebbe intervenire con profonde modifiche. Ma lo ripeto, non è questo che serve al Paese».




 
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